Pinacoteca di Brera Informazioni
Amore che vieni<br>amore che vai

Amore che vieni
amore che vai

 
La ricorrenza di san Valentino trova le sue origini nel IV secolo, quando si sentì la necessità di arginare gli effetti della festa pagana dei Lupercalia. Gli antichi riti pagani dedicati al dio della fertilità, Luperco, celebrati il 15 febbraio attraverso festeggiamenti sfrenati, si rivelarono in aperto contrasto con la morale e l’idea di amore dei cristiani.

 

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Il Trionfo di Pan, Nicolas Poussin, 1636 (National Gallery, Londra)

Nel 496, Papa Gelasio I intervenne decidendo di anticipare la data al giorno precedente, il 14 febbraio appunto, giorno del martirio di san Valentino, avvenuto nel 273, facendolo diventare a tutti gli effetti patrono degli innamorati.

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San Valentino celebra il matrimonio tra Serapia e Sabino, Vetrata della Basilica di San Valentino a Terni

Questa tradizione fu in seguito diffusa dai benedettini, custodi della basilica di Terni che conserva gelosamente le reliquie del santo, attraverso i loro monasteri, prima in Italia, quindi in Francia e Inghilterra. Valentino, vescovo di Terni, sarebbe stato decapitato perché colpevole di aver celebrato il matrimonio tra la cristiana Serapia e il legionario romano Sabino, che invece era pagano. La cerimonia avvenne in extremis: la giovane era gravemente malata ma, secondo la letteratura agiografica, entrambi i novelli sposi perirono al momento della benedizione.

 

Il Bacio
della Pinacoteca di Brera

Anime gemelle e opere d’arte: il connubio è felicissimo soprattutto a Brera, dove ci si può scambiare tenere effusioni davanti al celeberrimo Bacio di Francesco Hayez [–> vai alla scheda dell’opera], icona romantica per eccellenza e non solo della Pinacoteca, tanto da esser stato scelto recentissimamente dal Mibact come manifesto pubblicitario per invitare a trascorrere la festa di san Valentino nei luoghi d’arte italiani.
Del resto, “Lovers and art lovers united”, ovvero “innamorati e innamorati dell’arte” è il motto di Muzing, nuovissima app francese, già definita “il Tinder della cultura”, grazie alla quale conoscersi e incontrarsi nei musei.

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A sinistra, Il bacio, Francesco Hayez (Pinacoteca di Brera, sala XXXVIII);
a destra in alto, Manifesto del MiBACT per San Valentino pubblicato nel 2010; sotto, un post pubblicato sul profilo di Facebook della Pinacoteca di Brera il 14 febbraio 2019 che ha ottenuto più di un milione e settecentomila visualizzazioni

Un viaggio tra i dipinti della Pinacoteca di Brera dedicato al 14 febbraio non può che iniziare dalla dea dell’amore, la greca Afrodite, per i latini Venere, raffigurata da Simone Peterzano in compagnia del dispettoso figlioletto Eros, per i latini Cupido, il cui hobby preferito è scoccare frecce al fine di innamorare chiunque, a suo capriccio.

La incontriamo in sala XV [–> vai alla scheda dell’opera]: in un attimo di relax, si è tolta tutti i vestiti, compresa la famigerata cintura in grado di attrarre a sé chiunque, come se allo scopo suddetto non bastasse la sua prorompente sensualità. Venere dorme serena, nella frescura di un boschetto che rimanda al mito del locus amenus, inconscia della sua bellezza e del voyeurismo che provoca nel satiro, abitante per antonomasia di simili luoghi.

 

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Venere e Cupido con due satiri in un paesaggio, Simone Peterzano, 1570 – 1573

Il suo viso è una maschera grottesca, esemplata sui dipinti di Giulio Romano, disegnatore di quei Modi che altro non sono se non una serie di incisioni pornografiche, corredate da osceni sonetti di Pietro Aretino. Le fattezze del satiro (mezzo uomo, mezzo capra) alludono ai più bestiali e vogliosi istinti che la creatura mitologica, compagnia immancabile nei riti orgiastici dionisiaci, si appresta forse a soddisfare con una prima ben calcolata manovra di scostamento del panneggio tattico appoggiato sulle pudende membra della dea dell’amore. La scena è osservata da Cupido che ha posato la faretra sul prato umido di rugiada del mattino, o forse della pioggia appena finita, come pare annunciare il cielo che si sta rischiarando. Completa la scena un secondo satiro, o fauno per i latini, dedito a raccogliere frutti, ricordando allo spettatore il legame di tali figure con la fertilità.

 

Andrea Appiani

L’uso della mitologia viene ampiamente ripreso dall’arte neoclassica, con le nuove scoperte archeologiche, Pompei su tutte, e gli studi storico-artistici di Johann Joachim Winckelmann. Un esempio si trova in Andrea Appiani, autorevole figura di conservatore e selezionatore di opere per la Galleria di Brera in epoca napoleonica, è autore di diverse scenette a tema amoroso e mitologico come i quattro ovali esposti in sala XXXVII.
Le tele, provenienti dal palazzo milanese dimora dei Melzi d’Eril, sono forse dei sovrapporta, ancora nelle loro cornici originali, risalenti al 1795; narrano il mito di Adone, con spunti dal poema di Giovan Battista Marino. Venere, trafitta da una freccia di Cupido, si innamora del bellissimo giovane Adone.

 

Andrea Appiani
Toeletta di Venere, Gli svaghi di Venere e Marte, L’ira di Marte trattenuto da Venere, La morte di Adone, Andrea Appiani, Pinacoteca di Brera, Sala XXXVII

Dopo un’ouverture con gli svaghi divini, immersi in paesaggi sfumati in lontananza come la toeletta della dea, con Afrodite intenta a rimirarsi nello specchio sorretto da una delle sue ancelle inginocchiata davanti e lei, e la gustosa scenetta del suo bagno in coppia con Marte, si giunge a momenti più drammatici. Il dio della guerra impugna le armi, imbraccia lo scudo e sguaina la spada, furioso di gelosia e a stento trattenuto da Venere e Cupido, per ferire a morte Adone che fugge oltre la balconata.
Il tragico epilogo è rappresentato dal compianto sul corpo del giovane: Venere, condotta dalle ali dei cigni, accorre ai lamenti di Adone moribondo, ferito da un cinghiale durante la caccia, mentre Cupido siede a terra con il viso tra le mani. I personaggi si dispongono in primo piano, come un fregio tratto dai bassorilievi classici; paesaggi leonardeschi costruiti con la prospettiva aerea si combinano con richiami a Raffaello e Michelangelo, in una rinnovata ricerca del bello ideale, traguardo di ogni artista neoclassico.

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Apollo e Giacinto, Andrea Appiani (Pinacoteca di Brera, opera non esposta)

Esistono però anche amori omosessuali e i greci lo sapevano bene! Oltre a innamorarsi di bellissime ninfe come Dafne, il dio del sole Apollo intraprende una relazione anche con Giacinto, giovinetto di eccezionale bellezza, tralasciando tutte le sue principali attività pur di stargli accanto e, addirittura, ne diviene servo, secondo alcune versioni del mito.
Durante una gara in preparazione delle Olimpiadi, Apollo lancia per primo il disco, deviato nella sua traiettoria da un colpo di vento alzato dal geloso Zefiro, anch’egli perdutamente innamorato di Giacinto, ferendolo a morte. Il dio del sole ricorre a tutta la sua arte medica pur di salvargli la vita, ma deve soccombere al destino e, infine, trasforma il ragazzo in un fiore caratterizzato dall’intenso colore che rimanda al suo sangue irrimediabilmente sparso.
L’episodio è narrato nel X libro delle Metamorfosi di Ovidio dove si racconta come le lacrime versate da Apollo diedero vita alla tipica colorazione di un fiore, variamente identificato, forse una viola del pensiero. Andrea Appiani affronta il tema negli affreschi realizzati negli ultimi anni del XVIII secolo provenienti da Palazzo Sannazaro, dimora di quel conte Giacomo che tra le sue collezioni annoverava nientemeno che lo Sposalizio della Vergine di Raffaello.
Apollo, in piedi, il viso teneramente accostato a quello del giovane amante tragicamente appena perduto, abbraccia e sorregge il moribondo Giacinto, un braccio già abbandonato alla Morte, mentre il famigerato disco giace a terra. Il dio del sole indossa clamide e calzari, mentre il ragazzo è rappresentato interamente nudo, secondo l’ideale classico e secondo le usanze degli atleti greci, su uno sfondo paesistico che fa da quinta alla scena, dal registro cromatico luminoso, come nei coevi affreschi di Appiani per la Villa Reale di Monza. Il pittore di Napoleone omaggia qui i grandi cicli affrescati di Bernardino Luini, considerato all’epoca il Raffaello di Lombardia.

 

Giuseppe Bossi

Sempre in epoca napoleonica, altro grande protagonista delle raccolte braidensi è Giuseppe Bossi (basti pensare che di sua proprietà era il celeberrimo Cristo morto di Andrea Mantegna, vera e propria icona della Pinacoteca) che ci illustra in un delizioso olio su tela l’ambiguità dei rapporti della casta, verrebbe da dire solo di nome, Diana con il suo corteo di ninfe.

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Giove sotto le sembianze di Diana seduce Callisto, Giuseppe Bossi (Pinacoteca di Brera, opera non esposta)

Il focoso Giove, il cui passatempo preferito sembra essere quello di tradire la consorte Giunone senza ovviamente farsi scoprire, sfruttando il suo super potere di padre degli Dei, assume mille forme per accoppiarsi con chi più gli aggrada. Per avvicinare la ninfa Callisto, adepta appunto di Diana, le si propone sotto la femminile forma della dea della caccia, certo così al 100% che le sue profferte vengano accettate. La conseguenza indesiderata e imprevista è però che Callisto rimane incinta e Diana, scoprendolo, la caccia, mentre invece Giunone, gelosissima, la trasforma in orsa e, infine, Giove trasforma Callisto e suo figlio Arcade nelle due costellazioni dell’Orsa Maggiore e Minore. Nella piccola tela braidense, Giuseppe Bossi inscena un raffinato idillio boschereccio di sapore arcadico, dove il richiamo illustre alle antichità di Ercolano si risolve in un’immagine giocosa, erudita ed erotica, costruita grazie a un tocco rapido e filamentoso, essenziale. Ottiene così volutamente una piccola favola, tanto lontana dai grandi quadroni mitologici dell’Accademia di Brera ma invece tipica degli ultimi anni della sua attività, quegli anni di ripiegamento interiore che corrispondono, non a caso, alla Restaurazione.

 

La Cleopatra
di Cagnacci

Il vero e proprio trionfo dell’erotismo braidense è però la tela, del 1660 circa, con Cleopatra morente di Guido Cagnacci [–> vai alla scheda opera], definito autorevolmente dallo storico dell’arte Eugenio Riccomini “il pittore tettonico”. Una splendida bionda seminuda siede su un’imponente sedia finto Cinquecento di pelle rossa con borchie: il vero protagonista del dipinto è l’abbandono languido ed estenuato della donna, la testa reclinata, gli occhi socchiusi, il braccio destro ciondolante, appena morso dal quasi invisibile aspide, cui è ricorsa per non finire prigioniera delle truppe legionarie di Ottaviano.

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Morte di Cleopatra, Guido Cagnacci (Pinacoteca di Brera, opera non esposta)

Il richiamo nella nostra mente a ben altre estasi è subitaneo… e del resto quell’acme non è forse stata definita dagli arguti francesi la petite mort?
Sin dalla notte dei tempi Eros e Thanatos sono inestricabilmente intrecciati, tanto più nella storia personale di Cleopatra che sfrutta il suo irresistibile fascino con Marco Antonio e Cesare, anche (ma non solo) per scopi politici.
Proveniente dalla collezione romana Spiridon, l’opera entra a Brera nel 1960 grazie ad Alberto Saibene, vicepresidente dell’Associazione Amici di Brera. L’amore per il dato naturale di stampo caravaggesco trasforma qui la nostra eroina in una sorta di still life, che si offre allo sguardo dello spettatore: (diremmo) una trionfale apoteosi della carne!

 

Francesco Hayez…
non solo Bacio

Grande intenditore del genere femminile è anche Francesco Hayez: celeberrimo pittore del romantico e appassionato Bacio, simbolo universalmente conosciuto (e misconosciuto) dell’intera Pinacoteca di Brera. Ma Hayez non è solo il Bacio

 

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A sinistra, Betsabea al bagno, Francesco Hayez, 1841 – 1842; a destra, Odalisca, Francesco Hayez, 1839 (Pinacoteca di Brera, sala 37)

Nel folto del boschetto si affaccia il re David a spiare le bellezze di Betsabea [–> vai alla scheda opera], vestita solo di un turbante, intenta a rinfrescarsi assistita da un servitore vestito all’orientale e da una dama di compagnia.

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La Fornarina, Raffaello Sanzio, 1520 circa (Palazzo Barberini)

Siamo in sala XXXVII: il soggetto velatamente erotico è l’ennesima occasione per il pittore per esibire la sua documentata competenza nell’esecuzione del nudo accademico. Sempre nella stessa sala, è nell’Odalisca [–> vai alla scheda opera] che Hayez supera se stesso, raffigurando la sua amante Carolina Zucchi, già protagonista di una serie di disegni a luci rosse ad elevatissimo tasso erotico, quasi una sorta di kamasutra privato del caposcuola del romanticismo italiano.
Carolina si finge odalisca, si copre e si scopre, si offre e si ritrae in un sapiente e calibratissimo gioco cromatico e compositivo che punta in alto, nell’Olimpo dei geni, richiamando nel gesto della mano il celeberrimo ritratto della Fornarina, l’amante nientemeno che di Raffaello. Siamo di fronte a un capolavoro, un’immagine di perfezione (si veda il volto incorniciato dal velo candido) calibrata al millimetro col bilancino. Provate a eliminare un particolare qualsiasi e l’incanto è irrimediabilmente spezzato!

 

Lo Sposalizio più famoso
della storia dell’arte

Qualsiasi favola d’amore che si rispetti termina con l’happy end, costituito dal matrimonio, come insegna, forse più per le convenzioni dell’epoca che per vera convinzione, Jane Austen. Anche in museo abbiamo uno sposalizio, il nostro celeberrimo Raffaello, tra Maria e Giuseppe, in sala XXIV [–> vai alla scheda opera], raffigurati proprio nel momento clou dello scambio degli anelli con annesse promesse nuziali, non certo facili se ci immedesimiamo nel falegname in procinto di pronunciarle…

 

Raffaello Sposalizio della Vergine
Sposalizio della Vergine, Raffaello Sanzio, 1504 (Pinacoteca di Brera, sala 24)

Eppure i pretendenti alla mano di Maria sono tristi, attoniti, e uno di loro, arrabbiatissimo, spezza un bastone. Il ramoscello era stato dato a tutti i corteggiatori: sarebbe fiorito solo al prescelto. E infatti Giuseppe reca un esile bastoncino timidamente fiorito con qualche gemma.
Il tema deriva dai Vangeli apocrifi, quelli non entrati nel canone della Chiesa ma utilissimi ai pittori per raccontare le loro storie, raccolti poi tutti nel Duecento nello sfruttatissimo best seller di Iacopo da Varazze, Legenda Aurea.

 

Il matrimonio
secondo Lorenzo Lotto

Questo matrimonio, proposto a modello cristiano dalla Chiesa, è evidentemente non umanamente perseguibile ma no problem: a Brera ci sovviene un’altra coppia di sposi. Febo da Brescia [–> vai alla scheda opera], nobile notabile trevigiano tra i più in vista, sposa Laura da Pola [–> vai alla scheda opera] e commissiona a Lorenzo Lotto, genio inquieto de Rinascimento i ritratti in pendant che ci accolgono in sala XVIII.

 

Lorenzo Lotto
Ritratto di Febo da Brescia e Laura da Pola, Lorenzo Lotto (Pinacoteca di Brera, sala 19)

Lui è elegantissimo, tutto di nero vestito, sobrio tranne la pelliccia: rispecchia in tutto e per tutto l’ideale del gentiluomo cinquecentesco alla Baldassar Castiglione, con tutta la sua sprezzatura, la sua allure ricercata ma che pare la cosa più naturale del mondo.

Lei, invece, visto che ha raggiunto l’obiettivo dell’altare, contraendo un ottimo matrimonio, può ostentare con esibizionismo tutta la sua ricchezza, addirittura sfoggiando un accessorio glamour come il ventaglio di piume di struzzo con manico in oro massiccio, vietato peraltro dalle leggi suntuarie contro l’ostentazione eccessiva del lusso estremo. La gentildonna si presenta appoggiata a un mobile incorniciato da una scenografica tenda verde e reca in mano un libriccino. Si direbbe un’edizione di Aldo Manuzio, grandissimo tipografo ed editore cinquecentesco veneziano di superba maestria ed eleganza che inventò il tascabile. Il libro, più che un messale, potrebbe essere invece un petrarchino, ovvero un Canzoniere di Francesco Petrarca, appassionato cantore delle infinite bellezze di Laura, nome di battesimo anche della nostra sposa che, in questo caso, si connoterebbe per cultura e ideale amoroso. E non dimentichiamo il gusto particolare per i giochi e i rebus di Lorenzo Lotto…

 

Gli Amorini
di Albani

Ritratti di sposi ma anche dipinti come epitalami, doni di nozze beneauguranti: ne è un esempio straordinario la preziosa Danza degli Amorini di Francesco Albani [–> vai alla scheda del restauro], un raffinatissimo olio su rame, raro di queste dimensioni, e rarissimo con la sua cornice originale a foglia d’oro con i gigli dei Farnese. Non conosciamo con precisione il committente dell’opera ma l’occasione: il matrimonio tra Odoardo Farnese, erede del ducato di Parma e Piacenza e Margherita, figlia del Granduca di Toscana Cosimo II de Medici, nel 1626.

 

Danza degli Amorini
Danza degli Amorini, Francesco Albani, 1623-1625 (Pinacoteca di Brera, opera non esposta)

La scena centrale è costituita dai deliziosi Amorini che danzano in un gioioso trenino intorno a una quercia, o “farnia”, oggetto totemico simbolo del casato dei Farnese. I puttini sono felici perché non devono più usare le proprie frecce per far scaturire l’amore. L’amore regna su tutta la terra in seguito al rapimento di Proserpina da parte di Plutone, colpito dalla freccia di Cupido su espressa richiesta di Venere.
I due se ne stanno su una nuvola, mollemente adagiati in ozio. Sullo sfondo, a destra, l’Etna, fucina di Vulcano dove si forgiano le armi di guerra e d’amore, è sopito e inattivo, mentre domina il paesaggio il tempio di Vesta a Roma, nel Foro Boario, dove si conserva il fuoco più sacro, per augurare che la fiamma dell’amore non si spenga mai nella quotidianità del matrimonio. Il ratto d’amore è un tipico tema nuziale nell’iconografia classica antica; Plutone porterà la sposa nell’Ade, il regno degli Inferi, ma la madre di Proserpina, Cerere, dea delle messi, ne sarà sconvolta a tal punto di interrompere bruscamente la fertilità della terra. Si giungerà quindi a un compromesso di mezzo anno trascorso dalla novella sposa con la madre e mezzo nell’Ade, con il consorte, segnando così lo scorrere delle stagioni e il rifiorire delle piante.
L’armoniosa danza dei puttini immersi nel paesaggio riflette elementi naturalistici tipici della pittura veneta e delle composizioni di Tiziano, esprimendo una grazia di forme, di simmetria e di attitudini lodate come caratteristiche peculiari del nostro pittore fin dalla letteratura critica a lui coeva.

 

Heintz il Giovane

Passano circa vent’anni (siamo nel 1645) ma di ben altro tono è la versione del tema del trionfo amoroso fornitaci da Joserph Heintz il Giovane. La vittoria di Cupido sembra invero una lotta impari tra Amore alato, qui in veste di giovincello e non di paffuto puttino, che avanza brandendo coraggiosamente le sue frecce e le ben più consistenti minacce al regno di Eros (ovvero il suo!) che paiono surclassarlo, per numero e dimensioni.

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Trionfo di Cupido, Joseph Heintz il Giovane (Pinacoteca di Brera, opera non esposta)

Campeggia su tutto un lucido teschio, adagiato su un libro, insieme con una clessidra e uno specchio convesso, simboli evidenti di Vanitas, mentre sullo sfondo a destra si apre un inquietante universo popolato da creature mostruose. Sono soprattutto teste con gambe, i cosiddetti grilli, chiamati così sulla base di un testo di Plinio il Vecchio (I secolo d. C.) relativo alla caricatura di un certo Gryllos, dovuta ad Antiphilos l’Egiziano. Questi esseri fantastici si diffonderanno in seguito tramite la glittica, le gemme incise, e sopravviveranno per secoli, fino alla sublime interpretazione di Hieronymus Bosch, in buona compagnia con la bottega familiare dei Brueghel e le astruserie di Callot, diffuse anche attraverso le stampe.

Il nostro pittore, Joseph Heintz il Giovane, tedesco naturalizzato veneziano, dopo quasi cinquant’anni di attività lagunare, si specializza in simili “stregozzi”, “stravaganze e bizarie/ De chimere, de mostri, e d’animali”, già segnalati nel 1660 dal critico Marco Boschini, che definiva l’artista nativo di Augsburg “bizaro e molto capricioso”, aggiungendo la perentoria affermazione: “Ne ghe n’è un altro in tutta sta Cità”.

Fu anche tra i precursori del vedutismo che tanto piaceva ai nobili europei, dediti al Grand Tour, il viaggio educativo che toccava le principali città d’arte italiane, d’obbligo per una squisita e impeccabile formazione da gentiluomini.

 

Pinacoteca-di-Brera-Itinerario-San-Valentino-2020
Carl e Ellie in Up della Disney Pixar

Quale fu quindi l’esito di queste amorose battaglie appassionate, di questi rapimenti, di questi matrimoni?
Ai posteri l’ardua sentenza, anzi a voi, visitatori e spettatori braidensi, ma soprattutto innamorati, e alle vostre inclinazioni lasciamo il verdetto finale, augurandovi un happy ending da favola disneyana.
Chissà, magari come gli inseparabili compagni di avventura Carl ed Ellie nel poetico Up della Pixar!
Ricordandovi, con il grandissimo Virgilio, che

“Omnia vincit Amor et nos cedamus Amori”.
Virgilio, Bucoliche, X, 69.

che ci piace in quest’occasione speciale tradurre così:

Amore vince su tutto,
arrendiamoci anche noi ad Amore!
LINK CORRELATI

Accademia di Brera

www.accademiadibrera.milano.it


Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere

www.istitutolombardo.it


Orto botanico di Brera

www.ortobotanicoitalia.it


Osservatorio astronomico di Brera

www.brera.inaf.it


Amici di Brera

www.amicidibrera.it


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