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I Cimeli di Napoleone

La “coronazione” di Napoleone

Napoleone non si accontentò di essere nominato prima imperatore dei francesi e poi re d’Italia tramite elezione; in entrambe le occasioni oltre alla “consacrazione” alla presenza dell’autorità ecclesiastica aggiunse l’atto di “coronazione”, compiuto cioè con le proprie mani, com’è ben noto, a dire che il suo potere non derivava dalla Chiesa, limitata piuttosto a riconoscerne la legittima sovranità. La cerimonia di Parigi che si svolse alla presenza di personaggi di primo piano, quali il papa e la stessa Giuseppina (come attestato dal famoso dipinto Le couronnement de Joséphine di Jacques-Louis David), finì paradossalmente per essere offuscata dall’incoronazione milanese, dove Napoleone partecipò come unico grande protagonista. Galeotto fu forse il “sole di Milano”, l’ebbrezza primaverile di quel giorno che contribuì sicuramente a restituirne lo splendore, in contrasto con la neve e il gelo dell’incoronazione di Parigi a dodici gradi sotto zero.

La mattina del 26 maggio 1805, Napoleone I attraversò la galleria che era stata costruita ad hoc per raggiungere direttamente dalla scala maggiore di Palazzo Reale dove risiedeva la porta della Cattedrale, preceduto dagli onori di Carlomagno, d’Italia e dell’Impero. Una sola corona a Parigi e ben tre a Milano: il diadema imperiale francese, la nuova corona reale d’Italia che portava sul capo inserita nella corona francese e la corona ferrea di Monza. In entrambe le cerimonie era inoltre presente la corona di Carlomagno (in realtà ricostruita essendo andata distrutta durante la rivoluzione). Dopo il giuramento, salendo sull’altare, prese la corona ferrea e se la pose sul capo, pronunciando le celebri parole: “Iddio me l’ha data, guai a chi la toccherà”, così compiendo a livello simbolico un vero e proprio processo di deificazione di sé stesso.

Napoleone discendente di Carlomagno

Durante la cerimonia d’incoronazione a Re d’Italia, celebrata nel Duomo di Milano il 26 maggio 1805, Napoleone sentì la necessità di conferire alla propria investitura un carattere sacrale seppure d’impostazione laica. Pertanto, come per la proclamazione a imperatore, scelse di presentarsi al popolo quale diretto discendente dell’ultima stirpe imperiale europea, quella carolingia. Allo scopo fece realizzare ai medesimi artisti che avevano compiuto le insegne imperiali per la cerimonia parigina una serie di oggetti dalla rilevante valenza politica, emblemi di un’aura regale di natura secolare non dipendente dalla religione. Questi oggetti allegorici, vale a dire il mantello regale, la corona, lo scettro, la mano di giustizia, il bastone del comando, assieme alla spada e al globo, erano tutti simboli di potere che dovevano assicurare all’imperatore quale diretto discendente di Carlomagno e della romanità classica il riconoscimento del nuovo titolo a Re d’Italia.

Dopo la disfatta di Napoleone, i cimeli napoleonici, chiamati anche Onori d’Italia, assieme al sigillo in bronzo con lo stemma del Regno d’Italia, furono censiti dagli incaricati del Governo austriaco e fino al 1816 conservati a Palazzo Reale, per poi essere portati a Vienna in data imprecisata, insieme ai dipinti Napoleone valica il Gran San Bernardo di Jacques Louis David e il Ritratto di Napoleone con due allegorie della Vittoria di Andrea Appiani. Li ritroviamo poi elencati nell’inventario della Schatzkammer del 1842 presso il Palazzo Hofburg di Vienna, e quindi sempre esposti come riportato nei cataloghi del museo.

Mentre la maggior parte delle insegne imperiali francesi andò distrutta durante la Restaurazione, i cimeli italiani in seguito alla sconfitta austriaca della I Guerra Mondiale furono recuperati all’Italia dal provvido intervento di un grande protagonista della storia braidense, Ettore Modigliani.

Modigliani protagonista del recupero dei cimeli napoleonici

Al termine della Prima Guerra Mondiale, Ettore Modigliani, allora soprintendente e direttore della Pinacoteca di Brera, fu incaricato dal Ministero degli Esteri di trattare alla Conferenza di Pace di Parigi del 1921 la restituzione dei beni artistici sottratti all’Italia nel corso dei secoli e ottenere una liquidazione di una serie di questioni annose con l’Austria sul patrimonio artistico trafugato, che continuavano ad avvelenare le relazioni tra i due paesi. Modigliani con spirito di moderazione e fermezza riuscì a ottenere la restituzione degli Onori del Regno d’Italia e di numerose altre opere d’arte. I cimeli, dopo essere stati esposti in due occasioni, a Milano al Museo Poldi Pezzoli e a Roma a Palazzo Venezia, restarono tuttavia chiusi in un baule a Brera, destinati a essere esposti in seguito nella Sala del Trono di Palazzo Reale.

A insaputa di Modigliani, il 25 giugno 1936 i cimeli napoleonici furono invece inventariati nel patrimonio della Pinacoteca di Brera e consegnati in deposito al Museo del Risorgimento di Milano, dove tuttora sono custoditi. Modigliani, legittimo consegnatario e quindi responsabile dei cimeli, per evitare future altre ritorsioni, rilasciò a un notaio una deposizione giurata relativa a tutta la vicenda. Con immenso dispiacere, dal 1935 era stato, infatti, rimosso da Brera e trasferito all’Aquila a causa di conflitti con le autorità fasciste.

I cimeli napoleonici

Il mantello regale, la corona, lo scettro, la mano di giustizia, il bastone del comando, assieme alla spada e al globo, erano tutti simboli di potere ispirati alle regalia carolingie e scelti con estrema accuratezza dallo stesso Napoleone.

Il mantello dell’incoronazione milanese fu realizzato a Parigi per opera del sarto Chevallier e del ricamatore Picot. Il colore verde del mantello era inteso come un omaggio alla caratteristica vegetazione italiana. La corona di ferro, ricamata nel fregio, fu dotata di raggi a imitazione di quelle degli imperatori romani; va rilevato che si trattava del solo cerchio ricavato da un chiodo della Passione di Cristo, secondo il racconto di Sant’Ambrogio, e non della corona in oro e smalti che lo riveste, conservata nel Duomo e Tesoro di Monza.

Per lo scettro, dopo avere considerato varie ipotesi, alla fine Napoleone decise fosse sormontato dal Leone di San Marco con l’alabarda, con evidente allusione a Venezia, ceduta all’Austria col Trattato di Campoformio, ma che pochi mesi dopo l’incoronazione sarebbe ritornata nell’orbita francese.

La Mano di giustizia, simbolo del diritto, doveva essere identica a quella originaria appartenuta a Carlomagno, suo modello di riferimento e appendice storica di quell’impero romano alla cui tradizione Napoleone intendeva connettersi. Tuttavia, al fine di porre l’accento sull’aspetto laico dell’investitura, la mano fu raffigurata aperta a differenza di quella antica, con le dita pollice, indice e medio tese in gesto di benedizione, che con significato prettamente religioso identificava il sovrano nel nuovo Davide.

L’aurea regale fu inoltre rappresentata dal lungo bastone del comando a ripresa dello scettro medievale ispirato al bastone del pastore che, impugnato dal re, simboleggiava il collegamento tra cielo e terra e la sua funzione di comando e guida del popolo.

Le corone protagoniste della cerimonia nel Duomo di Milano furono quattro o precisamente ben cinque. L’emblema identificato per il nuovo Regno d’Italia fu rappresentato dalla Corona di ferro di tradizione longobarda come riportato sul mantello regale. Tuttavia per la forma della Corona del Regno d’Italia, opera del gioielliere Bernard-Armand Marguerite, un alto cerchio sormontato da otto braccia raccolte intorno a un globo sovrastato dalla croce, ci s’ispirò alla corona imperiale di Filippo II di Spagna. Per ottenere un effetto di maggior scintillio, sul retro delle gemme in vetro che alternano i colori imperiali, verde, rosso e azzurro, furono collocate delle sottili lamine di rame argentato. Questa corona assomiglia a quella dell’Imperatrice Giuseppina indossata a Parigi per la sua incoronazione e che purtroppo andò distrutta nel 1819 insieme alle altre insegne imperiali francesi. Entrando nella Cattedrale, Napoleone incassò la Corona del Regno d’Italia all’interno della Corona imperiale francese a foglie d’oro. La Corona di Carlomagno, andata distrutta durante la rivoluzione, fu ricostruita per assicurare la dovuta sacralità alla cerimonia imperiale e poi a quella italiana. La Corona ferrea detta di Teodolinda è formata da piastre d’oro con smalti e pietre preziose. Al suo interno custodisce un cerchio d’argento, e non di ferro, com’è stato scoperto recentemente, che secondo la tradizione fu ricavato da un chiodo con cui Gesù fu crocefisso. Conservata presso il Museo del Duomo di Monza, è un esempio di oreficeria altomedievale, databile al VI – VII d.C. Fu usata per l’incoronazione di numerosi regnanti, fra cui i Re d’Italia, ma in realtà si tratta di una corona votiva del diametro di soli 15 cm, che in origine veniva sospesa sopra l’altare. Insieme alla Corona di Carlomagno fu presente alla cerimonia nel Duomo di Milano rappresentando il legame con il passato longobardo.

Il restauro degli Onori d’Italia è stato finanziato da Banca Intesa nel 2021.

In deposito presso il Museo del Risorgimento di Milano, i Cimeli di Napoleone saranno esposti alla mostra “Restituzioni, diciannovesima edizione” presso Le Gallerie d’Italia – Palazzo Zevallos di Napoli, dal 21 aprile all’11 settembre 2022.

 

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DATA XIX

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