Pinacoteca di Brera Informazioni

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BRUNO MUNARI
A BRERA

GLI ALTRI SIAMO NOI

Se volete poi sapere qualcosa di più sulla bellezza, che cos'è esattamente, consultate una storia dell'arte e vedrete che ogni epoca ha le sue veneri […]. Non è bello quello che è bello, disse il rospo alla rospa, ma è bello quello che piace.

Bruno Munari

Il recupero della storia di Brera è una lotta continua.

Per la prima volta in oltre 70 anni, stiamo mettendo ordine nell’archivio che conserva le carte inedite di Ettore Modigliani e Fernanda Wittgens dimenticato per decenni.
Per fortuna recentemente le lettere sono state recuperate su insistenza degli eredi di Modigliani e abbiamo incaricato due giovani archivisti di schedarle tutte. Alcune scoperte formeranno la base di future Brera Stories.

Anche ultimamente, per caso, abbiamo scoperto in uno sgabuzzino che si apre nella scala dei nostri uffici, quanto resta di un'installazione visuale che il designer Bruno Munari progettò per la Pinacoteca nel 1977, ispirandosi al Raffaello – etichettata: la "visualizzazione della struttura armonica dello Sposalizio della Vergine".

MA TORNIAMO ALLA STORIA DELLA PINACOTECA,
QUANDO BRERA FU UNO DEI MUSEI PIÙ INNOVATIVI DEL MONDO.

Franco Russoli

Nel 1956 Fernanda Wittgens, la prima donna direttrice della Pinacoteca di Brera nel 1940 [leggi la Brera Story], sapeva già di dover morire presto e fece in modo che il suo successore fosse Franco Russoli, l’antitesi degli “intellettuali ignavi e asociali, che sono i veri responsabili della tragedia italiana” e senza dubbio “un uomo consapevole della necessità della fusione di etica e di intelletto”.

Veduta di una sala della mostra Per Brera, 1974

Giuseppe Marchitori e Franco Russoli, ©Archivio Franco Russoli

Come già Fernanda Wittgens, Russoli credeva che la missione educativa del museo risiedesse nell’invitare il pubblico a essere un socio alla pari nella creazione della cultura e nel vedere il museo come un laboratorio vivente, un “banco di prova” per il pensiero critico e l’intelligenza visiva.

Bruno Munari

Munari nacque a Milano e nel 1927, divenne un seguace di Marinetti e dei futuristi, e nel 1933, nel corso di un viaggio a Parigi, conobbe i surrealisti Louis Aragon e André Breton.
Dal 1938 al settembre 1943 lavorò come grafico editoriale e art director per Mondadori. In quel periodo cominciò a scrivere libri per l’infanzia, originariamente pensati per il figlio Alberto.

Bruno Munari nel suo studio a Milano, 1988 (©Isisuf. Istituto internazionale di studi sul Futurismo)

Negli anni Settanta Bruno Munari collaborò con il direttore della Pinacoteca, Franco Russoli, alla creazione di una serie di laboratori innovativi per bambini.

IL PROCESSO PER IL MUSEO
Franco Russoli e Bruno Munari a Brera, 1977

Occorre far capire che finché l'arte resta estranea ai problemi della vita, interessa solo a poche persone.

Bruno Munari

Il progetto del Laboratorio per bambini nasce da una serie di seminari promossi da Franco Russoli e organizzati negli anni 1975-1976.

Questo tema diventò poi la mostra “Processo per un museo”, un progetto espositivo innovativo messo in piedi da Russoli quando chiuse la Pinacoteca – con il sostegno di tutto il personale e con l’appoggio degli Amici di Brera e dei Musei milanesi – “sia per le condizioni di fatiscenza ambientale, sia per segnalare l’impossibilità di un suo regolare funzionamento per mancanza di fondi, di impianti, di servizi e di personale”

Processo per il Museo - Brera, manifesto. Foto: Guia Sambonet

Nel suo intervento di apertura, Russoli disse:

Coloro che operano nei musei rifiutano oggi il privilegio ambiguo dell’isolamento […]
degli specialisti ‘puri’ che assicurano la creazione degli strumenti, senza controllare la loro utilizzazione sociale. Si rifiutano di agire come guardiani di luoghi di evasione o alienazione, o come servitori del consumerismo della cultura o dei poteri politici. Essi chiedono che vengano garantite le condizioni […]
per fare del museo un luogo in cui la ‘riappropriazione’ pubblica dei beni culturali venga assicurata da una gestione a carattere sociale. […]
Da tale impostazione del concetto di museo deve partire la strategia che consenta di creare […]
gli strumenti di lavoro per realizzare le tre diverse fondamentali funzioni del museo: la migliore tutela e esposizione al pubblico dei beni culturali; il lavoro di ricerca aperto a tutti gli interessati; l’inserimento delle opere per far sentire il pubblico come partecipe e ‘contemporaneo’ all’opera. Per fargli rivivere, cioè, la storia come attualità e problema.

LO SPOSALIZIO DELLA VERGINE

Nella mostra Processo per il Museo, per la presentazione di alcune opere, volutamente si scardina quel connubio, voluto nella sistemazione postbellica, tra spazio architettonico e sala.

A sinistra, la mostra “Processo per il museo”, Pinacoteca di Brera, Sezione “Brera e gli artisti contemporanei”, Allestimento dello Sposalizio della Vergine di Raffaello, progetto Bruno Munari, 1976-1977. Da: Matteo Ceriana, “Lo Sposalizio: due secoli a Brera”, in Raffaello. Lo Sposalizio della Vergine restaurato, a cura di Matteo Ceriana, Emanuela Daffra, Electa, Milano 2009, p. 35.
A destra, lo Sposalizio della Vergine, Raffaello Sanzio, 1504 (Pinacoteca di Brera, Milano)

L’esempio più emblematico è sicuramente un’installazione che abbiamo per caso scoperto in uno sgabuzzino dei nostri uffici della Pinacoteca che Munari realizzò allo scopo di guardare coi occhi diversi lo Sposalizio della Vergine di Raffaello (Sala 24).

LABORATORIO PER BAMBINI

Con il sostegno degli Amici di Brera, in una sala della Pinacoteca, Munari allestì un laboratorio dove i bambini potevano giocare con materiale strutturato, con colori in pasta, in lastre, in polvere, in blocchi, con luci colorate.

Munari nel progetto iniziale scrisse:

Centomila visitatori al giorno non sono un successo per un museo. Tutte queste persone non rappresentano altro che un numero. Non tutti i visitatori di un museo sanno vedere le opere […]
a causa di una educazione basata soprattutto sulla letteratura, cerca il racconto nell’arte visiva e non ‘vede’ perché non conosce i problemi, le regole di tutto ciò che da corpo a un opera d’arte visiva.
[…] E siccome è quasi impossibile modificare il pensiero di un adulto, noi ci dovremmo occupare dei bambini.
[…] Se noi ci preoccupiamo di cambiare la società in meglio, dobbiamo occuparci di questi individui che sono già qui con noi.

© Associazione Bruno Munari

Munari indicò anche cosa NON si doveva fare nel laboratorio:

NON si deve fare confusione, ogni argomento, ogni tecnica, ogni regola devono essere spiegate visivamente una alla volta, ben separati gli uni dagli altri.

NON si deve spiegare a parole quello che si può spiegare dando l’esempio: invece di spiegare a parole in quanti modi si può usare un pennarello, si prende il pennarello e si fa vedere quanti tipi di segni diversi può fare […]

NON bisogna di costringere il bambino a fare un esercizio: se lo si fa, poi lui lo vuole provare subito, non c’è bisogno di costringerlo a fare

NON criticare o correggere i lavori dei bambini

NON buttare a terra nulla, i rifiuti vanno nei cestini

NON sporcare o sporcare il meno possibile. I bambini fanno quello che vedono fare dagli adulti

• E soprattutto NON suggerire mai ai bambini i soggetti dei loro disegni

Il gatto Meo Romeo di Bruno Munari

C'è sempre qualche vecchia signora che affronta i bambini facendo delle smorfie da far paura e dicendo delle stupidaggini con un linguaggio informale pieno di ciccì e di coccò e di piciupaciù. Di solito i bambini guardano con molta severità queste persone che sono invecchiate invano; non capiscono cosa vogliono e tornano ai loro giochi, giochi semplici e molto seri.

Bruno Munari

Renate Ramge, la moglie di Umberto Eco, era una delle principali collaboratrici di Munari a Brera e ricorda che il laboratorio didattico:

È sorto in una landa deserta, totalmente deserta, quanto ai bambini e quanto alla educazione artistica. Era una rivoluzione e aveva questo pregio di tirare fuori degli elementi dell'arte che potevano avvicinare le persone

© Associazione Bruno Munari

Alessandra Montalbetti, che adesso dirige la sezione didattica degli Amici di Brera, era una giovane collaboratrice di Munari ai laboratori e ha conservato memorie forti di questa esperienza:

Nel 1977 ricordo che  Bruno Munari  ripeteva come un mantra un antico proverbio cinese “Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco” e ci costringeva ad ascoltare i bambini e a lavorare con loro, mettendoci alla loro altezza (voleva dire accovacciarsi, sdraiarsi, sedersi per terra, in una pinacoteca di Brera che era ancora una turris eburnea solo per storici dell'arte ed adulti eruditi); per noi era un'esperienza nuovissima, perché non si parlava del nome del pittore o della sua storia o del titolo del dipinto o del secolo, ma era come se  il dipinto venisse vissuto come qualcosa di vivo ed attuale. I bambini scoprivano i segni, le linee o i colori che ne catturavano l'immaginazione non riproducendo  tutto il dipinto ma tracciando loro medesimi linee sui fogli e ritagliando forme che avrebbero riscostruito il quadro.  Nei collage utilizzavamo stoffe e materiali diversi con i quali i bambini, e noi,  scoprivamo per la prima volta di avere le dita e che cosa le nostre dita sentivano. Era la prima volta che in museo di arte non si usavano solo gli occhi ma tutto il corpo.

Nel 1981 ricordo la tensostruttura che si trovava al primo piano, nel Loggiato, uno spazio esterno alla Pinacoteca dove alcuni alunni di una classe, usando tessuti e "oggetti di scena", si preparavano ad interpretare i protagonisti di un dipinto, quale la Cena in Emmaus di Caravaggio o Il ritrovamento del corpo di San Marco di Tintoretto: il resto della classe era coinvolto in qualità di regista e scenografo per giustapporre i gesti dei bambini attori e cambiare qualcosa nella scenografia; quando il dipinto era simile se non uguale all'originale, allora si procedeva a dei cambiamenti per esaminare le reazioni dei bambini: una luce spostata, una luce più forte, un'espressione diversa erano sufficienti a far riflettere sulle emozioni.

Dal 15 marzo al 30 aprile il laboratorio è stato aperto con grande successo, ma il 21 marzo 1977, pochi giorni dopo l’inaugurazione, Franco Russoli morì di infarto a soli cinquantaquattro anni. Con lui morì la visione di Brera come luogo di civiltà e di cittadinanza, e del museo come luogo dove riscoprire le origini della nostra identità in quanto membri della società contemporanea.

L'OPERA DI MUNARI

Pablo Picasso lo definì un Leonardo da Vinci contemporaneo e in effetti, Munari ha dato vita a una vulcanica produzione artistica, esposta in più di 200 mostre personali e 400 mostre collettive, davvero sorprendentemente eterogenea per tecnica, metodi e forme.

La sua opera è immensa e non è possibile riassumerla in poche righe.

Di seguito riportiamo solo alcune delle sue creazioni, con l'invito ad andare a scoprirle voi stessi.

SUPPLEMENTO AL DIZIONARIO ITALIANO – MUNARI E LA LINGUA DEI GESTI

Bruno Munari era fortemente interessato all’utilizzo dei gesti nella lingua popolare, fortemente evidente nella pratica Napoletana. In suo libro illustrato pubblicato nel 1957, Il Supplemento al Dizionario Italiano, Munari esamina i vari modi di esprimersi senza parlare, non solo con le mani, ma con l'espressione del viso e con atteggiamenti dell'intera persona.

© Corraini Edizioni

Si legge nell’introduzione:

[...] Col passare del tempo e il diffondersi dei napoletani, molti di questi antichi gesti sono diventati di uso nazionale e alcuni addirittura sono capiti in molte parti del mondo. Ultimamente alcuni gesti di altri popoli del mondo, come il famoso O.K. americano, per cui abbiamo creduto opportuno raccoglierne il maggior numero, tralasciando i gesti osceni e volgari, per avere una documentazione il più possibile esatta, ad uso degli stranieri che visitano l'Italia o come supplemento al dizionario italiano.

MUNARI E LA FORCHETTA

Il lusso è la manifestazione della ricchezza incivile che vuole impressionare chi è rimasto povero.

Bruno Munari

La mano ha giocato un ruolo centrale nel pensiero di Munari come pedagogo, scrittore e designer e nella semplice forchetta lui ha scoperto un aspetto antropomorfico divertente.

Ogni oggetto può avere due aspetti: la forchetta può sembrare, ad esempio, una mano e assumere tutte le posizioni della mano. Munari ha consumato tutte le forchette di casa sua per dimostrarlo con queste prove.

Ecco le migliori:

GRAZIE MAESTRO

Nel 1988 la gallerista Nadia Bassanese a Trieste mi offrì la possibilità di collaborare ad una mostra con Bruno Munari.

L’installazione si chiamava “Agire con tatto”, e per allestirla avevamo preparato un assemblage di tanti semplici oggetti di ogni tipo, per creare un ambiente da visitare ad occhi chiusi. Una mostra da visitare “con tatto” per l’appunto, con centinaia di oggetti da scoprire senza vederli in una “stanza delle meraviglie”.  Di Bruno Munari mi colpì subito la curiosità infinita, toccava soddisfatto tutti gli oggetti e aveva una creatività magica di manipolarli per mostrarci nuovi modi di suscitare emozioni e sorprese.

Munari aveva un profondo rispetto per il nostro lavoro: nonostante fosse la sua mostra, si dilettava a scoprire tutti i materiali e oggetti che avevano preparato nelle settimane precedenti.  Aveva il desiderio di fare nuove scoperte come un bambino, e la calma di un maestro zen. Ogni volta che parlavamo insieme, imparavamo l’uno dall’altro.
E dopo 30 anni, ripensando a quell’esperienza imparo ogni volta qualcosa di nuovo. 

Andrea Bandelli, 2019

Immagine in apertura di Bruno Munari © Giliola Chisté, courtesy Corraini Edizioni

Design e sviluppo: Viva!