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Furti d’arte, collezionismo, musealizzazione.<br> Le opere a Bergamo in età napoleonica.
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03/10/2019 Sala della Passione, Pinacoteca di Brera

Furti d’arte, collezionismo, musealizzazione.
Le opere a Bergamo in età napoleonica.

Presentazione del volume di Olga Piccolo: “Furti d’arte, collezionismo, musealizzazione. Le opere a Bergamo in età napoleonica”. Prefazione di Sandra Sicoli

Furti d’arte, collezionismo, musealizzazione.<br> Le opere a Bergamo in età napoleonica. Orario: 17.30

Dove: Sala della Passione, Pinacoteca di Brera

Ingresso: ingresso libero

Interviene l’autore

Introducono 
Rosalba Antonelli, storica dell’arte
Stefano Zuffi, storico dell’arte

Seguirà una visita guidata a sei delle opere le cui vicende sono trattate nel libro e che sono ancora oggi esposte nel Museo 

 

Nell’incontro sarà presentato il volume dedicato al caso esemplare di Bergamo in età napoleonica, tassello di una storia molto più ampia e complessa che interessò tutta l’Europa da quando, nel settembre 1794, le armate rivoluzionarie francesi invasero i Paesi Bassi prelevando da chiese, conventi ed oratori opere d’arte per il costituendo Musée National di Parigi (il futuro Louvre). 

Bergamo – a differenza di altre città lombarde e venete, come Pavia e Venezia – non fu direttamente coinvolta nelle requisizioni che qualche anno dopo la Commission pour la recherche des objects de Sciences et arts en Italie effettuò nei territori invasi dai francesi. Ma fu la prima città, dopo Milano, a far parte della Repubblica Cisalpina con la denominazione di «Dipartimento del Serio» (luglio 1797). Ed è nella bergamasca che iniziò quella pratica di inventariazione del patrimonio storico-artistico delle corporazioni soppresse che successivamente venne estesa, in modo capillare, a tutti i dipartimenti annessi all’Impero. 

Infatti, in seguito agli editti soppressivi, i beni mobili e immobili degli enti soppressi dovevano essere incamerati dal Demanio che predispose, in più tempi e con diverse modalità (indagate nel libro), gli strumenti operativi – quali inventari, elenchi e note – con lo scopo precipuo di valutarne la consistenza. Si trattò di un primo processo di verifica visiva e catalogazione delle opere d’arte, che si apriva per la prima volta al concetto di arte come «Bene nazionale» e che procedeva in parallelo con la fondazione della nozione stessa di «Museo per il pubblico», inteso in senso illuministico come luogo di ricovero conservativo e di illustrazione scientifica e didattica dell’arte. 

Si posero così le basi di un metodo di ricerca storico-artistica ancora oggi attuale. Da allora nacque un lessico artistico e iniziò a prendere forma un organico amministrativo che, per vigilare capillarmente sul patrimonio italiano (così tanto vessato dalle vendite clandestine in età napoleonica), avrebbe portato all’istituzione del Ministero dei Beni Culturali e delle Soprintendenze.

Bergamo diede un suo primo contributo alla collezione braidense molto presto, già nel 1803, con quattro dipinti che vennero esposti, tre anni dopo, nelle sale dell’Accademia di Brera, «a giovamento degli artisti» e per «l’incremento generale del buon gusto», come scrisse il Segretario Giuseppe Bossi, in occasione dell’esposizione annuale dell’Accademia. Le opere bergamasche, un Cariani, un Moroni e due Salmeggia, vennero esposte anche nell’allestimento successivo del 1809 che segna la data di istituzione delle «Reali Gallerie», il principale museo napoleonico del Regno. Di queste quattro opere solo una è ancora oggi esposta in Pinacoteca, una è conservata nei depositi del museo e le altre due sono state affidate a chiese lombarde, al variare delle scelte museali e allestitive.

Una miriade di documenti testimoniano la girandola di opere che affluirono in diverse ondate (tutte a seguito dei decreti di soppressione) a Milano, nei depositi di Brera, per essere poi ulteriormente selezionate in classi (I, II e III e, dal 1811 circa, IV) e destinate a sedi diverse. La suddivisione in classi seguiva delle direttive in evoluzione, non univoche dunque. Generalmente la classe I era assegnata ai dipinti ritenuti idonei per essere esposti a Brera, la classe II alle opere destinate a scambi con le altre accademie del Regno, o ai cosidetti Regi Licei e (dal 1813 soprattutto) a chiese del territorio lombardo, la classe III era destinata alle opere ritenute alienabili. 

La seconda grande selezione di opere bergamasche per Brera si ebbe nel 1811 quando vennero scelte altre tredici opere, solo quattro delle quali ancora oggi esposte in museo. Una è stata resa a Bergamo, una non è stata ancora rintracciata e le altre, dalla metà dell’Ottocento, sono state affidate da Brera in deposito ad altri musei o a chiese lombarde. Singolare è il caso dell’Annunciazione di Andrea Previtali che, ingiustamente considerata anonima nei documenti napoleonici e scorporata della sua cimasa, alla fine dell’Ottocento è stata illecitamente prelevata dalla chiesa ove era in deposito da Brera e si trova ora in un museo americano (Brooks Museum of Art, Memphis). Mentre la cimasa è rimasta a Brera (ed ora è nei depositi).

Il caso di Bergamo è particolarmente significativo in quanto si generò una forte reazione di dissenso locale verso la decontestualizzazione delle opere e il loro trasferimento forzato a Milano, tanto che gli storici bergamaschi dell’Ottocento etichettarono i milanesi come «ingordi e rapaci». Ne derivarono molte richieste di restituzione di opere già arrivate a Milano e una perdita di controllo governativo su molte opere, compresi alcuni grandi capolavori, illecitamente prelevati dai luoghi di conservazione da collezionisti soprattutto locali, e poi sovente entrati nel collezionismo internazionale e, tramite acquisti o donazioni, in grandi raccolte museali.

Alcune vendite clandestine videro coinvolti gli stessi funzionari governativi che avrebbero dovuto – al contrario – «custodire» il patrimonio storico-artistico «per la Nazione». Esemplare è il caso di alcune porzioni del Polittico della Croce di Palma il Vecchio che, nonostante la diramazione di una apposita circolare (1802) di divieto di alienazione a privati senza la preventiva autorizzazione del Ministero del Culto (anche delle opere in chiese non ancora soppresse), furono vendute a Milano col «mezzo dell’eccellente Andrea Appiani» e, una volta denunciata la vicenda, donate alla Pinacoteca di Brera già nel 1804 dallo stesso collezionista (il Conte Francesco Melzi d’Eril) che le aveva comprate. 

Molte opere, giudicate di «scarto» in quanto classificate (talora ingiustamente e secondo criteri e scelte di gusto discutibili) come di «III classe», furono dichiarate alienabili soprattutto con l’istituzione del «Monte Napoleone» (1805), nonostante l’ostilità della popolazione locale e di una parte del Governo stesso. Vi furono anche casi di opere prelevate dai luoghi di origine e, dopo apposite ricerche e richieste, rese alla Nazione, ma di nuovo trafugate. Esemplare in tal senso è la vicenda di un capolavoro di Giovan Battista Moroni  prelevato, restituito ed infine venduto illecitamente, in quanto già dichiarato «Bene nazionale». L’opera arriverà in museo nel 1818  in seguito ad uno scambio non più inerente le vicende napoleoniche.

Infine un altro caso interessante è rappresentato dal polittico di Alvise Vivarini, subito smembrato e destinato a luoghi diversi (come era consuetudine nel caso dei polittici per cui si pensava di poter «far cassa» separatamente). La porzione centrale  fu considerata meritevole ma anonima o addirittura di scuola fiorentina e come tale dichiarata (solo) di classe II nel 1806; infine nel 1811 ci si rese conto del grande merito dell’opera e fu inserita nella classe I e destinata quindi a Brera, sebbene sempre come anonima. L’attribuzione a Vivarini avverrà solo nel 1990 in seguito al restauro dell’opera. Mentre le porzioni laterali con due Sante (benché destinate a Brera e dichiarate nei documenti già «imballate e pronte per essere spedite» a Milano) furono probabilmente illecitamente disperse sul mercato collezionistico e non sono ancora state identificate.

 

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